Fp Interview - 02

Narrazione (storytelling) e visione: come sono collegate fra loro? Possono esistere l’una senza l’altra?

 

Storytelling e visione sono legate solo se esiste il talento della visione nel fotografo. Un’ottima storia si può costruire anche con molti altri strumenti narrativi ma non è detto abbia un suo spessore visivo, una profondità di sguardo.

 


6.

Come racconta Alessandro Rizzi?

 

 

Racconto nel solo modo che conosco. È un processo vitale di vita che chiama vita che chiama vita indirizzandomi verso le cose… La fotografia la si fa prima di farla, nelle ore in cui la si sogna, la si pensa, la si desidera. Se la qualità delle cose che penso è densa, allora la fotografia ne risentirà. È un desiderio enorme di meraviglia per cui la fotografia sembra essere uno delle migliori pratiche di ricerca.


7.

Recentemente, in un post sul tuo profilo Facebook hai scritto: “La fotografia dell’urgenza è l’unica che mi interessa, una fotografia del mondo che possa sentire davvero mia. Il bisogno di capire di più, di guardare con densità nelle pieghe delle cose (…). L’urgenza di dare un senso al mondo, questo fanno i veri fotografi”.Il fotografo, secondo te, lavora tentando di dare un senso al SUO mondo, o questa risposta è allargabile e comprensibile anche per il pubblico? In che modo?

 

Credo ci siano dei livelli consapevoli e dei livelli inconsapevoli. Per tutti vale il fatto che fare qualcosa è già un tentativo di dare senso al proprio mondo, ma chi né è consapevole passa attraverso un livello più denso che tocca prima la paura e poi coraggio. È il coraggio di affermare chi si è, cosa si ama e quindi cosa si difende. Ci siamo disabituati alle complessità emotive e quindi anche a difendere pubblicamente un certo mondo poetico fatto di eventi minimi. Non credo nei faciloni, negli inconsapevoli e so che è strano sentire parlare di fotografia in questi termini ma la fotografia non è niente altro che andare verso qualcosa. Il fotografo può lavorare su molti livelli e in molti ambiti, quando ho scritto questo post pensavo all’unica fotografia che mi interessa che è quella di cui parlavo sopra, quella che mi fa sentire vivo, a Beirut come nella campagna emiliana, in sostanza quando provo Meraviglia.


8.

Dalle tue parole traspare quasi un senso di solitudine, o singolarità, del fotografo in mezzo al mondo. È così? Se sì, come concili questa tendenza intima alla ricerca con la necessità del professionista di fare network? Che cos’è il fare network per il fotografo Street? A questo proposito, ricordo che nella precedente intervista pubblicata su FotografiaProfessionale avevi detto che Quando c’è una rete di persone che ti conoscono e ti stimano tutto diventa più facile, ma la stima la si costruisce sul buon lavoro e non sugli apertivi come molti credono

 

Un fotografo sarà costretto a essere solo, poi in mezzo agli altri, poi ancora solo e subito dopo parlare davanti a tante persone. Oggi essere fotografo significa imparare a gestire momenti e ambiti così diversi da poter sembrare schizzati anche a se stessi. Fa parte del gioco, a volte produce adrenalina a volte stanchezza. Bisogna sempre ricordarsi che per quanto sia difficile è un privilegio enorme essere pagati per guardare il mondo.


9.

Torniamo terra a terra: come fotografo Street, quanto influisce l’attrezzatura con cui scatti? In base a quali fattori la scegli?

 

L’attrezzatura è fondamentale in quanto produce estetiche diverse a seconda di cosa si utilizzi. Non mi interessa che una macchina abbia caratteristiche incredibili in termini di velocità, modalità di registrazione del RAW, sviluppo in macchina o peso. Ho utilizzato macchine come la Makina Plaubel 6×7 a telemetro per realizzare tutto il mio primo libro “Vision From Another World”, così come una 6×12 cinese con ottica tedesca che dovevo completamente settare manualmente compreso il fuoco e le distanze dei soggetti in movimento. Ora utilizzo sia alcune piccole Panasonic che le mie adorate Sigma con sensore Foveon oltre che un ALPA con dorso Hasselblad. Le Sigma per esempio lavorano benissimo quando ho bisogno di delicatezza nel colore e profondità dell’immagine cosa che con le digitali in generale è molto difficile da ottenere. Il mio ultimo libro è scattato interamente con Sigma Dp quattro.

 


10.

Parliamo di “SCULPTURES”, il tuo Instant Book: com’è nato e com’è nata la grande risonanza che ha avuto, tanto che è stato acquisito dal MoMa, dal Metropolitan Museum e dalla Oslo Academy of the Arts?

 

SCULPTURES è un progetto che nasce dalla fine della mia storia d’amore con la mia ultima compagna, una donna italo-afro-americana. Avevo bisogno di chiudere un cerchio emotivo e di senso e, come ti dicevo sopra, la fotografia è semplicemente la mia vita per cui ho messo tutto lì dentro. I fatti di Ferguson nell’estate del 2014 mi hanno fatto riflettere molto sulla relazione tra le persone di etnia diversa, sulle strutture delle società e sul mio ruolo di fotografo, così è nato SCULPTURES.

È un libro pensato per mesi in ogni suo aspetto e scattato in sole 7 ore il 13 Dicembre del 2014 a Washington DC durante la più grande manifestazione di protesta dei nero afro-americani contro le violenze della polizia, dai tempi di Martin Luther King. Sì, è vero, SCULPTURES ha ricevuto un’eco molto molto grande sia in termini di progetto che di design del libro. Tra l’altro è il primo di una trilogia per cui spero che anche i prossimi due ricevano ottimi feedback.