FP INTERVIEW - 01

Partiamo leggeri: cos’è la Street Photography?

 

La Street Photography per me è soprattutto un modo di guardare il mondo, la possibilità di meravigliarsi per una serie di piccolissimi e continui avvenimenti del reale che ad ogni attimo rilascia significato e bellezza. È una procedura, uno studio, un lavoro attorno alle cose per svelarne gli aspetti più densi e a volte ironici. È la possibilità di innamorarsi di un palazzo, di un’ombra, della gestualità delle persone. Ecco io tengo molto a tutte queste cose con un accento particolare alla gestualità degli esseri umani, ai corpi e alla modalità con il quale occupa e utilizza gli spazi.


2.

La Street è considerata da moltii una passione/progetto personale , Come si concilia la Street Photography con la necessità di farsi pagare?

 

L’unica possibilità di pagarsi le bollette con la StreetPhotography è quella di avere una storia come fotografo. Una storia carica di immagini che dicano di una vita dedicata a raccontare il mondo, dedicata alla costruzione del proprio abaco visivo, lettere di un alfabeto personale da far incontrare con la vita. Da lì possono discendere a cascata tutta una serie di possibilità pratiche, fatte di ammiratori, di contatti, di collezionisti o di pubblicazioni su riviste e infine di libri, il risultato ancora più importante per un fotografo. Oggetti e relazioni che a volte sono il lasciapassare per soddisfazioni anche di tipo economico. C’è anche un altro aspetto che contribuisce a fare di una passione la modalità con cui pagarsi la vita ed ha a che fare con la resilienza, con la determinazione. Il sentire la fotografia come una compagna, non come un progetto. L’idea di progetto ha e ha avuto moltissimi estimatori ma è una sibilla conturbante che rischia di lasciare meno del promesso sia in termini emotivi che in termini pratici, per questo credo che la propria fotografia vada misurata non relativamente a questo o quel progetto ma vada vissuta, pensata, elaborata rispetto a se stessi, solo così la si rende indispensabile e fedele.

È possibile, OGGI, fare il fotografo Street o il fotografo reportagista professionista? Se sì, come?

Sì, è possibile attraverso un percorso senza sosta che contempli: pensiero, scatto, relazioni, una propria postproduzione, talento e comprensione del mercato. Dicendoci la verità, l’unico paese al mondo in cui la streetphotography dà vita a cose di un certo spessore è l’America. Fuori dagli Stati Uniti si fanno chiacchiere a volte condite da una bella mostra ma non si trovano interlocutori davvero illuminati o pronti a mettere soldi per lo sviluppo e la crescita di un fotografo. Anche il mondo della agenzie di adv ( pubblicità ) qui in Italia o in generale in Europa è incredibilmente miopie rispetto all’America. Il mantra delle agenzie di pubblicità qui in Italia è quello di cercare fotografi cha abbiano già fatto fotografie uguali o molto simili a quelle dei briefing, quindi in pratica si ripercorrono idee vecchie e poco sperimentali. Negli States è l’esatto opposto, almeno quando si parla di livelli alti.


3.

Quanto del tuo lavoro è reportage e quanto è dedicato ad una visione artistica?

 

Non me lo sono mai chiesto perché faccio la mia fotografia. Non so se sia arte o meno ma sì, credo si possa parlare di una mia visione delle cose. Mi interessa la strada, la vita, la realtà per come sono in grado di sentirla, è una forma di narrazione che a volte tocca il reportage.. ma dipende anche molto dagli eventi.

In questo senso, che ruolo ha l’artista nel mondo della fotografia?

Sempre di più assisteremo alla celebrazione di fotografi giornalisti per i quali la fotografia sarà un compendio colorato e strappa Wow; per questi la fotografia sarà soprattutto produrre notizie colorate! Altri invece sperimenteranno sempre di più linguaggi, tecniche e visioni. Apprezzo entrambi ma sono soprattutto interessato al lavoro di ricerca perché credo che ci sia una potenza senza fine che nasce nell’ incontro tra l’infinitamente vicino e l’infinitamente lontano. La profondità delle storie di ognuno di noi è il miglior motore per scavare dentro la rappresentazione delle cose della vita.


È possibile insegnare un modo di vedere il mondo, una visione, o per il fotografo è possibile “solo” condividere la propria e lasciare che attecchisca e si sviluppi in chi desidera apprenderla?

 

È possibile insegnare ad attivare alcuni canali sensoriali, emotivi, diversi per ognuno di noi sia in termini biologici sia in termini di Knowledge, di conoscenza. Per questo nei miei workshop insisto moltissimo con lo studio dell’arte, del cinema, della letteratura come momenti espansivi della coscienza. Io tendo a mostrare queste attivazioni visive e come si può imparare a riconoscerle. Non sopporto i fotografi che creano discepoli fotocopie. Insegno come lasciare che il proprio sguardo sia rapito dalle connessioni, dalle gestualità. Corto circuiti sinaptici fondamentali per VEDERE quello che accade, per innamorarsi di un’ombra, di un foglio che vola o del modo con il quale due persone si salutano.

4.